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Un approccio contemplativo alla felicità

Rubrica di Mindfulness


di Sabrina Mainolfi


Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.” Khalil Gibran


L’essere umano, fin dai tempi più antichi, ha dedicato gran parte della sua esistenza e dei suoi sforzi al perseguimento della felicità, facendone, in taluni casi, una chimera difficile da raggiungere. Tale difficoltà, dovuta in grande parte ad una concezione di felicità non sempre ben definita o comunque non compresa, ha generato nell’uomo, l’effetto opposto, ovvero di rincorrere qualcosa di non accessibile o irraggiungibile, creando quindi infelicità e insoddisfazione.


Ma cos’è in effetti la Felicità? Le più importanti teorie che sono state formulate nel corso dei secoli vanno: dall’assenza di sofferenza, all’esperienza di piacere, dal vivere una vita significativa come espressione delle proprie potenzialità o come manifestazione delle proprie virtù sino alla realizzazione di sé stessi nel donarsi agli altri.


Nel diciottesimo secolo, il filosofo scozzese David Hume scrisse che la ragione umana è “schiava delle passioni”. Quando veniamo colti dalle emozioni violente come la brama intensa, le nostre facoltà razionali non hanno più il comando della situazione, (Wright, 2017).


Dovremo quindi seguire il consiglio del XIV Dalai Lama, il quale ci dice come l’idea di felicità viene associata ad una sensazione di soddisfazione, non è necessariamente un’esperienza legata al piacere ma un’esperienza neutrale, che porta grande soddisfazione interiore. Per ottenere questa soddisfazione interiore è necessario provare ad annullare gli effetti negativi dell’ego e vivere con amore.


Come possiamo quindi raggiungere la nostra felicità? Secondo il Buddhismo con la meditazione e la saggezza possiamo acquisire quella consapevolezza necessaria a raggiungere la perfezione in tutte le qualità nobili e sane che sono latenti nella nostra mente subconscia, si tratta di una versione di felicità autentica da ricondurre alla presenza di un insieme di elementi che conducono ad una saggezza che diventa essa stessa fonte di felicità e che ritrova in una via mediana l’accesso vero alla beatitudine.


Le persone che godono delle piccole cose della vita e che sono ottimiste sono anche quelle che riescono a vivere in maniera piena ed intensa al contrario di coloro che invece rimuginano sul passato e sono più stressati. Quindi più una persona sarà grata alla propria vita meno sarà stressata e ansiosa, Lyubomirsky (2007).


È necessario quindi un rimodellamento dei nostri atteggiamenti e delle nostre concezioni; la chiave per la felicità, dunque, è nelle nostre mani e noi abbiamo la possibilità di concretizzarla attraverso l’impegno e l’esercizio che consiste proprio nella pratica della mindfulness e in pratiche informali quotidiane dirette ad accrescere da un lato la consapevolezza del qui ed ora e dall’altro la gentilezza amorevole, la compassione, la gioia e l’equanimità.


Un altro aspetto relativo alla felicità riguarda in particolare l’importanza dell’etica: vivere seguendo un codice etico richiede non solo che si adotti consapevolmente una prospettiva adeguata, ma anche che ci si impegni a sviluppare ed applicare le qualità interiori nel nostro quotidiano. Il ritrovare, infine, una dimensione spirituale ci aiuta a generare la disciplina ed il rigore necessari per mettere in atto ogni giorno i principi ed i valori fondamentali richiesti ad una persona che ha raggiunto la saggezza.


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